I
Martini
come aperitivo e il piacere di una compagnia allargata, eterogenea, per un
addio, a quell’inglesino dagli occhi belli, che per Fabio ha il sapore di un
sollievo, di un arrivederci poco probabile, comunque da evitare.
Un’esibizione
di cravatte viola e qualche scarpa sportiva, tailleur e milioni di sorrisi.
Ricordi, promesse e dimostrazioni di affetto, lacrime e molti brindisi di buona
fortuna.
A
cena il vino scorre a fiumi, l’inglesino beve, credono che sia abituato, ma non
è così. Non beve per abitudine, beve per distrarsi, per annegare in un mare di
alcol qualcosa che gli sembra disprezzo per se stesso. Beve e fa bere, versa il
vino alle ragazze, fa lo splendido, nonostante i suoi begli occhi siano spenti.
Nella
sala lussuosa, in quella tavola rotonda con le candele bianche e rosse, l’odore
delle pietanze elaborate si confonde con i gesti, con i sospetti. Ogni parola
sussurrata fra vicini di sedia svela un’ombra, sulla pelle di Chiara e nel
cervello di Fabio, un peso che si alleggerirà solo man mano che l’orologio
andrà avanti nel suo cammino circolare, fino al momento dell’addio, affinché
Chiara e Fabio possano finalmente tornare a casa, in pace e innamorati.
Mezzanotte,
champagne, Fabio guarda l’orologio, Chiara guarda per terra, l’inglesino
ringrazia tutti, ride e piange.
Ancora
sorrisi, ancora abbracci, ancora promesse.
La
Volvo nera sfreccia avvolta nell’assenza di odori e parole. Fabio vive il suo
momento di sollievo, Chiara guarda fuori dal finestrino. Un silenzio mollo, di
routine.
-
Sono sfatta… - dice Chiara, salendo le scale moquettate.
-
Ora vediamo… - risponde Fabio. Le sta dietro, le tiene le mani sul culo e la
spinge per finta, delicatamente. Sente l’eccitazione che dalle mani piene gli
attraversa le braccia, il petto, gli fa tremare le gambe. Gli smuove tutto in
mezzo alle gambe, ma si ferma nel cervello, fa a pugni con l’antico sospetto,
poi vince e avvolge tutto.
-
Piantala… - lei ride e allunga il passo. Al piano di sopra toglie le scarpe, le
sistema con cura, poi il vestito lo lascia andare dove capita. Ha la pelle
lucida, sudata, la luce malsana della notte le si riflette addosso come in uno
specchietto da bagno. Lui la guarda e la bacia sulla bocca e sul collo.
-
Sei bellissima… - le dice.
-
Grazie – risponde lei, la voce le trema.
-
Sei proprio una stella… -
La
fa girare su se stessa, le sposta i capelli rossi con la mano e glieli tiene
fermi, di lato, le si appiccica contro. Con la lingua le accarezza il collo,
con la mano libera il culo e la schiena, le gambe fin dove può arrivare, le
spalle, la pancia. Per un attimo le stringe le mani davanti, poi risale fino al
seno, la mano si insinua sotto il reggiseno e le dita stringono un capezzolo.
-
è grande oggi… - dice. Lei ride, sa che non è vero, o forse si, oggi è un po’
più grande del solito.
La
fa girare di nuovo, si allontana di un passo, ancora vestito, con la camicia
perfettamente dentro i pantaloni e la cravatta stretta. La guarda, guarda la
sua pelle bianca e lucida, bianca e bellissima, la pancia piatta, il seno rotondo,
le mutandine nere e costose che lo fanno eccitare. Lei abbassa lo sguardo a
terra, gli prende le mani e gli dice che lo ama. Lui sente qualcosa dentro,
crede che sia felicità, e non si chiede se sia vero o meno che lei lo ami.
-
Anche io… - le risponde, il cervello è spento – anche io ti amo! –
La
tira a se e la bacia, la sua lingua sente e registra i sapori della sua bocca,
l’umidità e i movimenti della lingua di lei, a destra, poi a sinistra, si
ritira e poi insegue la lingua di Fabio, accarezza le sue labbra che sanno di
alcol e caffè, e quando si stacca un filo di saliva continua ad unirla alle
labbra di lui.
-
Vuole scoparmi? – fa lei, è un loro gioco.
-
Fino a morire… -
-
Come vuole farlo? –
Lui
fa finta di pensarci.
-
Prima voglio leccarti la fica, fino a farti venire, poi… -
Lei
lo ascolta, a tratti. A tratti pensa ad altro. Lui l’afferra per i polsi, si
sente dio ormai. Le blocca le mani in alto, la fotografia di due ballerini, e
si morde le labbra. Chiara chiude
gli occhi e un ciuffo di capelli le cade sulle spalle lucide di sudore.
L’eccitazione le fa esplodere il petto e il cervello, le fa tremare le gambe.
Vorrebbe rompere ogni barriera del suo cuore e far scorrere a fiumi l’amore che
lo riempie, lasciarlo andare e colmare la stanza, la città, il mondo. Avvolgere
ogni persona, amare ogni persona. Vedere il suo amore moltiplicarsi per
divisione.
Stringe
Fabio a se, e muove le labbra, in silenzio. Un attimo dopo spalanca gli occhi,
e maledice la sua bocca.
II
-
è la prima volta, si, ma non è la prima volta che mi innamoro di qualcun altro…
-
-
E come puoi ancora stare con lui, guardarlo in faccia, andarci a letto? –
-
Tu non capisci… sono scorpione, ho tanto di quell’amore da dare che mi scoppia
il cuore… -
-
Quindi ami me ma continui ad amare anche lui? –
-
Si… amo te, ma amo anche Fabio… -
-
Va in contraddizione… -
-
No, non va in contraddizione. Il cuore mi batte forte per lui, per quando ha
bisogno di me e per quando gli faccio un regalo. Ma mi batte anche per te, per
quando mi dici certe cose o anticipi i miei pensieri o mi fai ridere… -
-
Allora potresti amare anche altre persone? –
-
Si. Ma al momento amo solo voi due… -
-
Hai una pelle stupenda… -
-
Non è vero… -
-
Bastava grazie. –
-
Grazie… -
-
Non lo lasceresti mai per me? –
-
Si, perché no… ma al momento non è quello che voglio. Ciò che provo per voi non
ha niente a che fare con questo… –
-
Ma non ti senti mai in colpa? –
-
No. Forse dovrei, ma non ho tempo da sprecare in sensi di colpa… -
-
E se lui facesse la stessa cosa? –
-
Impazzirei dal dolore… -
-
Non ti capisco… -
-
Lascia stare. –
III
Fabio
si libera dalla morsa delle cosce e delle mani di Chiara, ricaccia la lingua in
bocca, schifato.
-
Ma che c’è? Che hai? –
-
Hai un sapore diverso!
-
Ma che dici, - prova lei, abbozzando una risata - dai, continua… -
-
Ha un sapore diverso, la tua fica ha un sapore diverso! –
Chiara
lascia cadere le braccia lungo i fianchi, la testa rossa sui cuscini bagnati di
sudore. Chiude gli occhi e sospira a lungo, si accorge all’improvviso di quanto
è stanca.
-
Ancora, Fabio, ancora? – prova poi, sottovoce.
-
Si, ancora, - risponde Fabio - la tua fica ha un sapore diverso dal solito… -
-
Ma che dici? –
-
…come se te l’avesse leccata qualcun altro! –
Chiara
alza la testa. Deve ricominciare da capo.
-
Se me l’avesse leccata qualcun altro, – dice piano - sarebbe la sua lingua ad
avere il sapore della mia fica… -
-
Non mi prendere per il culo, Chiara! –
-
Non ti prendo per il culo, dai… continua, mi stava piacendo… -
Fabio
rimane immobile, la bocca bagnata a pochi centimetri dalla fica rossa di
Chiara. Lei non fa niente per attirarlo a se. Dal comodino al lato del letto il
ticchettio del Rolex di Fabio riempie il buio molle della stanza, la colonna
sonora perfetta per quella scena di inazione.
-
E non è solo la fica, - riprende Fabio - anche le tette, le cosce, tutta la tua
pelle ha il sapore di qualcun altro! –
-
Va bene, ok… e dimmi, che sapore è esattamente? –
-
Di saliva, schifosissima saliva di qualcun altro… -
-
E tu conosci il sapore della saliva degli altri… -
-
Ti ho detto di non prendermi per il culo! –
Chiara
sospira ancora, nella sua testa torna indietro di poche ore. È stanca, ora che
deve dividersi in silenzio fra il dolore e il sollievo per la separazione.
-
Va bene, e quindi cosa stai pensando? –
-
Penso che te lo sei fatto oggi, al ristorante, o di pomeriggio, e non ti sei
neanche fatta una doccia dopo! –
-
Ma tu sei scemo! -
-
Non urlare! –
-
Tu sei scemo! – i capelli rossi schizzano via dal cuscino come fuoco – Ma mi
sono fatta chi? –
Fabio
è ancora accovacciato in mezzo alle gambe di Chiara, urlando sputa saliva nella
sua fica rossa.
-
Non fare la stronza con me, - il cuore gli batte all’impazzata, l’ombra ricopre
tutto, di nuovo – lo sai di chi sto parlando! – si tira indietro, finalmente, e
si asciuga la bocca con il polso. Chiara non dice niente, non ha più la forza
di negare, o di spiegare, lui la fraintenderebbe, non la capirebbe, come in
fondo non la capiva l’inglesino. Come può amarli così tanto?
-
Tutta la tua pelle sa della saliva di quello! Io non ci posso credere! –
-
Fabio, ascolta… -
-
Non ascolto niente, mi viene da vomitare! -
Chiara
chiude le gambe, si mette a sedere. Non sopporta gli occhi traditi di Fabio e
si lascia andare su un fianco, tirando le gambe al seno. Stringe a se un
cuscino, si sforza inutilmente di fare uscire due lacrime. Sarebbe bello e
giusto provare senso di colpa.
Gli
orologi continuano a ticchettare, il tempo scorre circolare, ma questa volta
non serve ad alleggerire nessun peso. Fabio si rimette in piedi, barcolla fuori
dalla stanza, va in bagno e vomita. Chiara si gira sulla schiena, si sistema
sulle lenzuola fresche di lino, e fa andare le mani verso le gambe. Comincia a
masturbarsi, con piacere, con le gambe piegate sulla pancia e i capelli rossi
sparpagliati ovunque.
IIII
L’inglesino
rientra a casa brillo, come tutti gli altri presenti alla sua cena d’addio. Ha
un peso sullo stomaco, ma non è il cibo, né il vino rosso, né i Martini, i
rosoli o il caffè. È nostalgia precoce, e amore, per tutto ciò che sta per
lasciare, e nessuna traccia di sollievo. È la rivelazione della rinuncia.
Le
valigie sono pronte, accanto alla porta. Due borse piene di vestiti ordinati e
uno zaino da adolescente pieno di oggetti che non hanno nessun significato
particolare. Perché un anno di amore, di scoperte, di felicità, non si può
racchiudere in alcuni oggetti.
L’inglesino
barcolla un po’, fino al letto. Toglie le scarpe, slacciandole lentamente, e le
mette di lato, come le ha insegnato lei. Allenta la cravatta e sbottona un po’
la camicia bianca. Si stende ancora vestito e pensa. Sei un congegno che si
spegnerà da se. Sorride, perché si
accorge di pensare in italiano, in una lingua non sua, ma che gli si è
attaccata addosso come una seconda pelle. Il vero viaggio è stato entrarti
dentro per provare a capire chi sei.
Duemila
e cinquecento chilometri per trovare l’amore. Altri duemila e cinquecento per
far finta di non averlo trovato. In mezzo un anno, dodici mesi,
trecentosessantacinque giorni di… l’inglesino apre gli occhi, si era
addormentato, sente una scossa in tutto il corpo. La tasca dei pantaloni vibra,
il cervello ubriaco trasmette al cuore un impulso di felicità. “gentile cliente
per continuare ad usufruire gratuitamente dei servizi in corso…”. L’inglesino
non vuole continuare ad usufruire dei servizi in corso. Forse vorrebbe, in
realtà. Ma non ne usufruirà.
Non
maledire la tua bocca se mi chiama quando lui ti tocca.
L’inglesino
chiude gli occhi, sente tutto girare. I biglietti dell’aereo, il passaporto,
l’auto da riconsegnare. È tutto a posto ma gli viene da vomitare. é facile
averti se chiudo i miei occhi spenti.
L’inglesino
non vuole chiudere gli occhi, non vuole addormentarsi. Vuole pensare a lei, ad
ogni centimetro della sua pelle, all’eleganza del suo parlare, del suo
muoversi. Ha paura che dopo, quando sarà lontano, sarà tutto diverso, anche nei
ricordi. Le sue mani dentro le tasche dei jeans, mentre cammina. Il diluvio di
capelli rossi sulle spalle. Gli occhiali da sole per nascondere occhiaie
inesistenti. L’inglesino ha paura di dimenticare le braccia conserte, le gambe
piegate sul sedile della macchina o sulla sabbia sporca. Ha paura che un
elettroshock, un alzheimer o un’altra donna, troppo inglese e troppo bionda per
essere vera, possa cancellarla dal suo cervello. Ha paura di dimenticarla
curiosa, snob, che sceglie a chi dare confidenza, di chi fidarsi, da chi farsi
adulare.
L’inglesino
non vuole dimenticare tutto questo, anche se sarebbe meglio farlo in fretta.
Sono
gli ultimi rimorsi ad accompagnarlo fino al sonno, gli ultimi ruggiti da leone
in gabbia. Avrei potuto portargliela via? No, non avrebbe potuto. Troppo spenti i suoi occhi per fare una cosa
del genere.
Si
lascia andare sconfitto, si addormenta, e fa sogni confusi. Lei, il suo primo
amore, domani lo verrà a salutare?
IIIII
-
Perché non gli hai detto grazie? –
-
Cosa? –
-
Ti ha versato il vino, e tu non gli hai detto grazie… -
Chiara
lo guarda, allarga il sorriso, pensa in fretta. Tiene il bicchiere in mano, il
riflesso del vino sulle guance, sui capelli rossi. Ha fatto un errore, ma
negherà, inventerà, lo sa già, e lui gli crederà, perché non sarebbe giusto se
non lo facesse.
-
Stavo parlando con te… -
-
No, - fa Fabio, l’ombra nel cervello gli schiaccia tutto – io ti guardavo, ma
non parlavamo. Io guardavo te, tu guardavi lui che versava il vino alle ragazze
facendole ridere. Hai abbassato la testa, e poi l’hai rialzata quando ha
versato il vino a te, e non gli hai detto grazie… - gli trema la mano, mentre
dice tutto questo, forse avrebbe già voluto non dirlo.
-
Le altre hanno detto grazie? –
-
Tutte hanno detto grazie, - continua Fabio - chiunque avrebbe detto grazie, tu
non hai detto grazie… -
-
Non c’era bisogno, gli ho sorriso… -
-
No, tu hai preso il bicchiere e ti sei girata verso di me, e abbiamo cominciato
a parlare o meglio, tu hai cominciato a parlare… -
Chiara
pensa in fretta, fredda, si sistema i capelli con un gesto della testa e
avvicina la bocca a quella di Fabio. Percepisce tutto di lui: la paura, il
bisogno di consolazione, la voglia disperata di sentirla negare.
-
Fabio, - fa Chiara, abbassando la voce – dove vuoi arrivare? -
Fabio
deglutisce, si passa la lingua sulle labbra, non capisce come può trovarla così
bella in quel momento in cui ha paura di tutto, e si aggrappa a questo, anche
se non lo sa.
-
Quando qualcuno ti versa il vino nel bicchiere, tu dici sempre grazie, - dice,
con il cuore che gli scoppia - tranne quando te lo verso io… -
-
Ah… - Chiara si avvicina ancora, le sopracciglia si alzano, poi si chiudono sul
naso – e allora? –
-
Io e te abbiamo confidenza… - Fabio abbassa la testa, sente il peso
schiacciargli il petto e bloccargli le mani e i piedi – tu e quell’inglesino
invece… che cosa avete? –
Chiara
si allontana di un centimetro, si sistema nuovamente i capelli, beve il vino
rosso. Poi apre un sorriso, uno di quei sorrisi per cui lui la ama tanto, un
sorriso innamorato.
-
Sei uno stupido! Ma ti amo da impazzire… -
Chiara
gli da un bacio sulle labbra, con gli occhi chiusi, poi lo guarda da un
centimetro di distanza. Fabio rincorre a vuoto la sua bocca, ma lei ormai è da
un’altra parte. L’ombra nel suo cervello svanisce, si sente a posto, ormai
mancano poche ore alla fine di quella storia.
Ovviamente, i protagonisti di questo racconto e del precedente "Quella notte afosa piena delle solite cose", non sono gli stessi... non mi ero mai accorto della singolare coincidenza...
RispondiEliminaA.P.