giovedì 26 marzo 2015

Senza Titolo


- Ti amo – disse lui.
- Sono delusa e amareggiata da ciò… - disse lei.
In un universo lontano, un altro lui vorrebbe non aver mai pronunciato quelle parole, per non deluderla e amareggiarla con esse. In un universo ancora più lontano, un altro lui ancora vorrebbe usare migliaia di parole e immagini per spiegarle meglio quello che prova e intende. Ma in questo universo miserabile, lui smise immediatamente di amarla, poichè non poteva in nessun modo amare una donna delusa e amareggiata da così semplici e pure parole d’amore.

sabato 25 maggio 2013

Racconto - Pelle


I

Martini come aperitivo e il piacere di una compagnia allargata, eterogenea, per un addio, a quell’inglesino dagli occhi belli, che per Fabio ha il sapore di un sollievo, di un arrivederci poco probabile, comunque da evitare.
Un’esibizione di cravatte viola e qualche scarpa sportiva, tailleur e milioni di sorrisi. Ricordi, promesse e dimostrazioni di affetto, lacrime e molti brindisi di buona fortuna.
A cena il vino scorre a fiumi, l’inglesino beve, credono che sia abituato, ma non è così. Non beve per abitudine, beve per distrarsi, per annegare in un mare di alcol qualcosa che gli sembra disprezzo per se stesso. Beve e fa bere, versa il vino alle ragazze, fa lo splendido, nonostante i suoi begli occhi siano spenti.
Nella sala lussuosa, in quella tavola rotonda con le candele bianche e rosse, l’odore delle pietanze elaborate si confonde con i gesti, con i sospetti. Ogni parola sussurrata fra vicini di sedia svela un’ombra, sulla pelle di Chiara e nel cervello di Fabio, un peso che si alleggerirà solo man mano che l’orologio andrà avanti nel suo cammino circolare, fino al momento dell’addio, affinché Chiara e Fabio possano finalmente tornare a casa, in pace e innamorati.
Mezzanotte, champagne, Fabio guarda l’orologio, Chiara guarda per terra, l’inglesino ringrazia tutti, ride e piange.
Ancora sorrisi, ancora abbracci, ancora promesse.
La Volvo nera sfreccia avvolta nell’assenza di odori e parole. Fabio vive il suo momento di sollievo, Chiara guarda fuori dal finestrino. Un silenzio mollo, di routine.
- Sono sfatta… - dice Chiara, salendo le scale moquettate.
- Ora vediamo… - risponde Fabio. Le sta dietro, le tiene le mani sul culo e la spinge per finta, delicatamente. Sente l’eccitazione che dalle mani piene gli attraversa le braccia, il petto, gli fa tremare le gambe. Gli smuove tutto in mezzo alle gambe, ma si ferma nel cervello, fa a pugni con l’antico sospetto, poi vince e avvolge tutto.
- Piantala… - lei ride e allunga il passo. Al piano di sopra toglie le scarpe, le sistema con cura, poi il vestito lo lascia andare dove capita. Ha la pelle lucida, sudata, la luce malsana della notte le si riflette addosso come in uno specchietto da bagno. Lui la guarda e la bacia sulla bocca e sul collo.
- Sei bellissima… - le dice.
- Grazie – risponde lei, la voce le trema.
- Sei proprio una stella… -
La fa girare su se stessa, le sposta i capelli rossi con la mano e glieli tiene fermi, di lato, le si appiccica contro. Con la lingua le accarezza il collo, con la mano libera il culo e la schiena, le gambe fin dove può arrivare, le spalle, la pancia. Per un attimo le stringe le mani davanti, poi risale fino al seno, la mano si insinua sotto il reggiseno e le dita stringono un capezzolo.
- è grande oggi… - dice. Lei ride, sa che non è vero, o forse si, oggi è un po’ più grande del solito.
La fa girare di nuovo, si allontana di un passo, ancora vestito, con la camicia perfettamente dentro i pantaloni e la cravatta stretta. La guarda, guarda la sua pelle bianca e lucida, bianca e bellissima, la pancia piatta, il seno rotondo, le mutandine nere e costose che lo fanno eccitare. Lei abbassa lo sguardo a terra, gli prende le mani e gli dice che lo ama. Lui sente qualcosa dentro, crede che sia felicità, e non si chiede se sia vero o meno che lei lo ami.
- Anche io… - le risponde, il cervello è spento – anche io ti amo! –
La tira a se e la bacia, la sua lingua sente e registra i sapori della sua bocca, l’umidità e i movimenti della lingua di lei, a destra, poi a sinistra, si ritira e poi insegue la lingua di Fabio, accarezza le sue labbra che sanno di alcol e caffè, e quando si stacca un filo di saliva continua ad unirla alle labbra di lui.
- Vuole scoparmi? – fa lei, è un loro gioco.
- Fino a morire… -
- Come vuole farlo? –
Lui fa finta di pensarci.
- Prima voglio leccarti la fica, fino a farti venire, poi… -
Lei lo ascolta, a tratti. A tratti pensa ad altro. Lui l’afferra per i polsi, si sente dio ormai. Le blocca le mani in alto, la fotografia di due ballerini, e si  morde le labbra. Chiara chiude gli occhi e un ciuffo di capelli le cade sulle spalle lucide di sudore. L’eccitazione le fa esplodere il petto e il cervello, le fa tremare le gambe. Vorrebbe rompere ogni barriera del suo cuore e far scorrere a fiumi l’amore che lo riempie, lasciarlo andare e colmare la stanza, la città, il mondo. Avvolgere ogni persona, amare ogni persona. Vedere il suo amore moltiplicarsi per divisione.
Stringe Fabio a se, e muove le labbra, in silenzio. Un attimo dopo spalanca gli occhi, e maledice la sua bocca.

II

- è la prima volta, si, ma non è la prima volta che mi innamoro di qualcun altro… -
- E come puoi ancora stare con lui, guardarlo in faccia, andarci a letto? –
- Tu non capisci… sono scorpione, ho tanto di quell’amore da dare che mi scoppia il cuore… -
- Quindi ami me ma continui ad amare anche lui? –
- Si… amo te, ma amo anche Fabio… -
- Va in contraddizione… -
- No, non va in contraddizione. Il cuore mi batte forte per lui, per quando ha bisogno di me e per quando gli faccio un regalo. Ma mi batte anche per te, per quando mi dici certe cose o anticipi i miei pensieri o mi fai ridere… -
- Allora potresti amare anche altre persone? –
- Si. Ma al momento amo solo voi due… -
- Hai una pelle stupenda… -
- Non è vero… -
- Bastava grazie. –
- Grazie… -
- Non lo lasceresti mai per me? –
- Si, perché no… ma al momento non è quello che voglio. Ciò che provo per voi non ha niente a che fare con questo… –
- Ma non ti senti mai in colpa? –
- No. Forse dovrei, ma non ho tempo da sprecare in sensi di colpa… -
- E se lui facesse la stessa cosa? –
- Impazzirei dal dolore… -
- Non ti capisco… -
- Lascia stare. –

III

Fabio si libera dalla morsa delle cosce e delle mani di Chiara, ricaccia la lingua in bocca, schifato.
- Ma che c’è? Che hai? –
- Hai un sapore diverso!
- Ma che dici, - prova lei, abbozzando una risata - dai, continua… -
- Ha un sapore diverso, la tua fica ha un sapore diverso! –
Chiara lascia cadere le braccia lungo i fianchi, la testa rossa sui cuscini bagnati di sudore. Chiude gli occhi e sospira a lungo, si accorge all’improvviso di quanto è stanca.
- Ancora, Fabio, ancora? – prova poi, sottovoce.
- Si, ancora, - risponde Fabio - la tua fica ha un sapore diverso dal solito… -
- Ma che dici? –
- …come se te l’avesse leccata qualcun altro! –
Chiara alza la testa. Deve ricominciare da capo.
- Se me l’avesse leccata qualcun altro, – dice piano - sarebbe la sua lingua ad avere il sapore della mia fica… -
- Non mi prendere per il culo, Chiara! –
- Non ti prendo per il culo, dai… continua, mi stava piacendo… -
Fabio rimane immobile, la bocca bagnata a pochi centimetri dalla fica rossa di Chiara. Lei non fa niente per attirarlo a se. Dal comodino al lato del letto il ticchettio del Rolex di Fabio riempie il buio molle della stanza, la colonna sonora perfetta per quella scena di inazione.
- E non è solo la fica, - riprende Fabio - anche le tette, le cosce, tutta la tua pelle ha il sapore di qualcun altro! –
- Va bene, ok… e dimmi, che sapore è esattamente? –
- Di saliva, schifosissima saliva di qualcun altro… -
- E tu conosci il sapore della saliva degli altri… -
- Ti ho detto di non prendermi per il culo! –
Chiara sospira ancora, nella sua testa torna indietro di poche ore. È stanca, ora che deve dividersi in silenzio fra il dolore e il sollievo per la separazione.
- Va bene, e quindi cosa stai pensando? –
- Penso che te lo sei fatto oggi, al ristorante, o di pomeriggio, e non ti sei neanche fatta una doccia dopo! –
- Ma tu sei scemo! -
- Non urlare! –
- Tu sei scemo! – i capelli rossi schizzano via dal cuscino come fuoco – Ma mi sono fatta chi? –
Fabio è ancora accovacciato in mezzo alle gambe di Chiara, urlando sputa saliva nella sua fica rossa.
- Non fare la stronza con me, - il cuore gli batte all’impazzata, l’ombra ricopre tutto, di nuovo – lo sai di chi sto parlando! – si tira indietro, finalmente, e si asciuga la bocca con il polso. Chiara non dice niente, non ha più la forza di negare, o di spiegare, lui la fraintenderebbe, non la capirebbe, come in fondo non la capiva l’inglesino. Come può amarli così tanto?
- Tutta la tua pelle sa della saliva di quello! Io non ci posso credere! –
- Fabio, ascolta… -
- Non ascolto niente, mi viene da vomitare! -
Chiara chiude le gambe, si mette a sedere. Non sopporta gli occhi traditi di Fabio e si lascia andare su un fianco, tirando le gambe al seno. Stringe a se un cuscino, si sforza inutilmente di fare uscire due lacrime. Sarebbe bello e giusto provare senso di colpa.
Gli orologi continuano a ticchettare, il tempo scorre circolare, ma questa volta non serve ad alleggerire nessun peso. Fabio si rimette in piedi, barcolla fuori dalla stanza, va in bagno e vomita. Chiara si gira sulla schiena, si sistema sulle lenzuola fresche di lino, e fa andare le mani verso le gambe. Comincia a masturbarsi, con piacere, con le gambe piegate sulla pancia e i capelli rossi sparpagliati ovunque.

IIII

L’inglesino rientra a casa brillo, come tutti gli altri presenti alla sua cena d’addio. Ha un peso sullo stomaco, ma non è il cibo, né il vino rosso, né i Martini, i rosoli o il caffè. È nostalgia precoce, e amore, per tutto ciò che sta per lasciare, e nessuna traccia di sollievo. È la rivelazione della rinuncia.
Le valigie sono pronte, accanto alla porta. Due borse piene di vestiti ordinati e uno zaino da adolescente pieno di oggetti che non hanno nessun significato particolare. Perché un anno di amore, di scoperte, di felicità, non si può racchiudere in alcuni oggetti.
L’inglesino barcolla un po’, fino al letto. Toglie le scarpe, slacciandole lentamente, e le mette di lato, come le ha insegnato lei. Allenta la cravatta e sbottona un po’ la camicia bianca. Si stende ancora vestito e pensa. Sei un congegno che si spegnerà da se. Sorride, perché si accorge di pensare in italiano, in una lingua non sua, ma che gli si è attaccata addosso come una seconda pelle. Il vero viaggio è stato entrarti dentro per provare a capire chi sei.
Duemila e cinquecento chilometri per trovare l’amore. Altri duemila e cinquecento per far finta di non averlo trovato. In mezzo un anno, dodici mesi, trecentosessantacinque giorni di… l’inglesino apre gli occhi, si era addormentato, sente una scossa in tutto il corpo. La tasca dei pantaloni vibra, il cervello ubriaco trasmette al cuore un impulso di felicità. “gentile cliente per continuare ad usufruire gratuitamente dei servizi in corso…”. L’inglesino non vuole continuare ad usufruire dei servizi in corso. Forse vorrebbe, in realtà. Ma non ne usufruirà.
Non maledire la tua bocca se mi chiama quando lui ti tocca.
L’inglesino chiude gli occhi, sente tutto girare. I biglietti dell’aereo, il passaporto, l’auto da riconsegnare. È tutto a posto ma gli viene da vomitare. é facile averti se chiudo i miei occhi spenti.
L’inglesino non vuole chiudere gli occhi, non vuole addormentarsi. Vuole pensare a lei, ad ogni centimetro della sua pelle, all’eleganza del suo parlare, del suo muoversi. Ha paura che dopo, quando sarà lontano, sarà tutto diverso, anche nei ricordi. Le sue mani dentro le tasche dei jeans, mentre cammina. Il diluvio di capelli rossi sulle spalle. Gli occhiali da sole per nascondere occhiaie inesistenti. L’inglesino ha paura di dimenticare le braccia conserte, le gambe piegate sul sedile della macchina o sulla sabbia sporca. Ha paura che un elettroshock, un alzheimer o un’altra donna, troppo inglese e troppo bionda per essere vera, possa cancellarla dal suo cervello. Ha paura di dimenticarla curiosa, snob, che sceglie a chi dare confidenza, di chi fidarsi, da chi farsi adulare.
L’inglesino non vuole dimenticare tutto questo, anche se sarebbe meglio farlo in fretta.
Sono gli ultimi rimorsi ad accompagnarlo fino al sonno, gli ultimi ruggiti da leone in gabbia. Avrei potuto portargliela via? No, non avrebbe potuto. Troppo spenti i suoi occhi per fare una cosa del genere.
Si lascia andare sconfitto, si addormenta, e fa sogni confusi. Lei, il suo primo amore, domani lo verrà a salutare?

IIIII

- Perché non gli hai detto grazie? –
- Cosa? –
- Ti ha versato il vino, e tu non gli hai detto grazie… -
Chiara lo guarda, allarga il sorriso, pensa in fretta. Tiene il bicchiere in mano, il riflesso del vino sulle guance, sui capelli rossi. Ha fatto un errore, ma negherà, inventerà, lo sa già, e lui gli crederà, perché non sarebbe giusto se non lo facesse.
- Stavo parlando con te… -
- No, - fa Fabio, l’ombra nel cervello gli schiaccia tutto – io ti guardavo, ma non parlavamo. Io guardavo te, tu guardavi lui che versava il vino alle ragazze facendole ridere. Hai abbassato la testa, e poi l’hai rialzata quando ha versato il vino a te, e non gli hai detto grazie… - gli trema la mano, mentre dice tutto questo, forse avrebbe già voluto non dirlo.
- Le altre hanno detto grazie? –
- Tutte hanno detto grazie, - continua Fabio - chiunque avrebbe detto grazie, tu non hai detto grazie… -
- Non c’era bisogno, gli ho sorriso… -
- No, tu hai preso il bicchiere e ti sei girata verso di me, e abbiamo cominciato a parlare o meglio, tu hai cominciato a parlare… -
Chiara pensa in fretta, fredda, si sistema i capelli con un gesto della testa e avvicina la bocca a quella di Fabio. Percepisce tutto di lui: la paura, il bisogno di consolazione, la voglia disperata di sentirla negare.
- Fabio, - fa Chiara, abbassando la voce – dove vuoi arrivare? -
Fabio deglutisce, si passa la lingua sulle labbra, non capisce come può trovarla così bella in quel momento in cui ha paura di tutto, e si aggrappa a questo, anche se non lo sa.
- Quando qualcuno ti versa il vino nel bicchiere, tu dici sempre grazie, - dice, con il cuore che gli scoppia - tranne quando te lo verso io… -
- Ah… - Chiara si avvicina ancora, le sopracciglia si alzano, poi si chiudono sul naso – e allora? –
- Io e te abbiamo confidenza… - Fabio abbassa la testa, sente il peso schiacciargli il petto e bloccargli le mani e i piedi – tu e quell’inglesino invece… che cosa avete? –
Chiara si allontana di un centimetro, si sistema nuovamente i capelli, beve il vino rosso. Poi apre un sorriso, uno di quei sorrisi per cui lui la ama tanto, un sorriso innamorato.
- Sei uno stupido! Ma ti amo da impazzire… -
Chiara gli da un bacio sulle labbra, con gli occhi chiusi, poi lo guarda da un centimetro di distanza. Fabio rincorre a vuoto la sua bocca, ma lei ormai è da un’altra parte. L’ombra nel suo cervello svanisce, si sente a posto, ormai mancano poche ore alla fine di quella storia.

Racconto - Quella notte afosa piena delle solite cose


Fu Chiara, con semplici parole, a cominciare a complicare le cose.
- Non capisco quale sia il tuo problema, davvero, io non lo capisco. – Incrociò le braccia sopra la cintura di sicurezza e serrò le mascelle fino a mostrare i denti gialli da ex-fumatrice. Fabio, impegnato a guidare e a spalancare per lo stupore i suoi occhi sempre troppo spenti, non poté vederla in faccia, risparmiandosi così uno spiacevole spettacolo.
- Chiara, – rispose poi calmo, quasi con affetto – tesoro, io te l’ho spiegato mille volte qual è il mio problema
- No che non me l’hai mai spiegato! Non ti sei mai degnato…
  Fabio sbuffò rassegnato a quelle parole, restando in silenzio a fissare la strada oltre il parabrezza. La notte estiva era buia e per quanto ne sapeva lui poteva contenere qualsiasi cosa.
  Le ho spiegato mille volte qual è il problema pensò irritato ma che fa, non mi ascolta? O fa solo finta? E poi che vuol dire “qual è il mio problema”?
- Senti, – le rispose poi, sperando di tagliar corto – scusami, ma non ne voglio parlare di nuovo, non stasera, dai. – Si girò verso di lei e le sorrise solo con la bocca.
  Lei accennò un’isterica risatina ironica.
- E’ sempre così con te, - alzò le spalle e poi le lasciò andare - ne vuoi parlare solo quando ti fa comodo… –
  Seguirono nuovi istanti di silenzio, afosi e alleggeriti soltanto dal rumore circolare dei pneumatici che si consumavano contro la strada, giro dopo giro.
- Ah, e mi raccomando – riprese poi – fammelo sapere quando ti fa comodo, eh? Fammelo sapere… -
  Fabio tirò su le sopracciglia e i suoi occhi diventarono grandi e rotondi. Le parole giuste da rispondere gli si strozzarono in gola, calde e pastose, e quando toccò con le dita la fronte la trovò bagnata.
  Ma possibile che stia succedendo di nuovo? si chiese cercando di asciugare il sudore, strofinandolo fra i polpastrelli e il volante della macchina ne abbiamo parlato cento, mille volte! Poi fa caldo stasera, e ogni volta è la stessa storia…
  Chiuse gli occhi per qualche secondo e cercò di liberare cervello e gola.
- Senti, Chiara, io non ho nessun problema, davvero! – Si girò nuovamente e riprovò a sorridere, questa volta anche con gli occhi. In fondo, lui, voleva solo la pace – Tesoro, io non ne voglio parlare solo perché non c’è niente, davvero, niente di cui parlare! -
  Chiara si voltò di scatto e Fabio percepì tutta la violenta ostilità di cui erano colmi i suoi occhi rossi, il suo fiato caldo e suoi capelli unti, mentre qualcosa di simile alla rabbia cominciava ad arrampicarsi dallo stomaco su fino alla gola.
- Sono stronzate, Fabio! – esplose lei. – Stronzate! Ma quante volte te l’avrò detto? Dieci, cento? Forse mille volte! –
- Ma cosa, Chiara? Detto cosa?
- Che cosi non va! Che non è quello che voglio! Che non sono felice! E non alzare la voce!
- Non sto alzando la voce, Chiara, va bene!
  Lei non aggiunse altro e lo lasciò con il dubbio di essere passato per isterico.
  Ma io non stavo alzando la voce, Santo Padre, ma che le prende? Ma perché deve fare così, perché devono fare tutte così? Ti stuzzicano, ti provocano e poi sanno sempre come fregarti. Io non la sopporto più, non è normale tutto questo.
  Le mani di Fabio restavano incollate al volante della macchina, nero e pieno del sudore di tutti i suoi proprietari precedenti. Teneva le dita strette, rigide, e le unghia rovinate dai denti lo infastidivano in più punti nel palmo. Tirò su un respiro, poi decise di riprovarci, stringendo i denti e scaricando il nervosismo sulla mascella.
- Comunque, - disse, lentamente - non è come dici tu. –
  Pochi secondi di silenzio.
- Non è come dici tu. – ripeté lei, imitando la sua voce.
  Fabio chiuse gli occhi, stanco, mentre un nuovo silenzio piombava dentro il veicolo. Provò la sensazione di aver perso qualcosa, una partita, un gioco, una guerra. Poi, proprio quando stava per rinunciare a tutto, fu lei, a bassa voce, ad offrirgli una nuova cruda speranza.
- Ascolta, Fabio, ti prego… -
- Dimmi… –
- Cerchiamo di non litigare, ok? Non ti arrabbiare. –
  Fabio scosse la testa.
- Non mi arrabbio, ok. –
Io non mi sono mai arrabbiato stasera. Hai fatto tutto tu, Chiara. Cazzo, hai fatto tutto tu! Mi hai anche fatto il verso e io non ti ho detto niente.
- Io non te lo voglio imporre, Fabio, – ricominciò lei, scandendo le parole come se parlasse ad un idiota – io voglio convincertene, capisci la differenza? -
Fabio deglutì. Si sentì trattato come un idiota.
- Chiara, si, lo capisco, - rispose, fingendo di essere ancora calmo. In fondo era lui quello maturo - ma ne abbiamo parlato mille volte, proprio come dici tu, e tu hai sempre concluso cambiando idea. -
- Non è questo il punto, Fabio… –
  La sua voce calma non faceva altro che aumentare il nervosismo di Fabio.
- Si, che è questo il punto, invece! Tu vuoi impormi una cosa a cui neanche tu credi! Una cosa con cui ti sei fissata! Una cosa a cui non hai mai pensato troppo, una cosa che forse non fa neanche per te, se ci pensi!
- Fabio, stai attento a non esagerare. –
  Prima di risponderle, Fabio si girò per un istante verso di lei. Sentiva l’adrenalina dargli coraggio e, illuso che ormai la tempesta non si sarebbe più scatenata, si convinse che avrebbe potuto dire, almeno per questa volta, tutto ciò che pensava.
  Non esagero, Chiara, cazzo se non esagero… ma questa volta non posso lasciarti l’ultima parola, non posso… si disse per farsi coraggio. Poi alzò gli abbaglianti e scalò di marcia, come per prendere la rincorsa.
- Chiara, - riprese nervoso - tu vuoi questa cosa perchè da secoli si usa così. Perchè è stato così per tua mamma, per tua nonna, per la tua bisnonna. Perché ha fatto lo stesso tua sorella, tua cognata, e l’ha fatto mia sorella, e l’hanno fatto tutte le donne che hai incontrato in quel cazzo di posto da cui veniamo! Tutte donne che non hai fatto altro, per anni, che prendere per il culo per come vivono e pensano! -
- Fabio, stai dicendo che sono stupida? –
- Chiara, sto dicendo che questa è una cosa stupida. – puntò il dito tozzo e sudato verso i piedi di lei - Sto dicendo che tu lo sai benissimo, e sto dicendo che tu non riesci a rinunciare a questa cosa solo perché ti hanno inculcato che è così e basta!
- Quindi sono cresciuta male? Questo vuoi dire? – Chiara sbuffò incrociando le braccia. Si lasciò andare pesante sulla spalliera e fissò lo sguardo oltre il parabrezza. La luce arancione dei rari lampioni si rifletteva ad intermittenza sul sudore che le imperlava il collo. Fabio se ne accorse e provò ribrezzo per la pelle di Chiara.
  Mi viene da ridere. E non posso neanche farlo. Sarebbe come una resa. Ed è questo quello che lei vuole. Una resa. Vuole che io accetti per sfinimento. Vuole che l’accontenti. Non le importa di convincermi, può ripeterlo mille volte. Vuole sia come dice lei e basta.
- Ti rendi conto che io non ho detto niente di tutto questo, Chiara? Sei cresciuta male? Ma chi l’ha detto? Io ho detto solo…
- Tu dici solo cose per ferirmi! – lo interruppe quasi urlando – E io non ce la faccio più!
  Chiara aveva cominciato a piangere, gli occhi rossi e fuori dalle orbite, e Fabio aveva cominciato ad odiarla, mentre con la coda dell’occhio vedeva la sua testa sporta in avanti e le sue mani che vagavano istericamente nell’aria.
- Io così non ce la faccio più! Mi vieni sempre contro per partito preso! Io apro bocca e tu già pensi a come contraddirmi!
- Tu sei completamente impazzita! – urlò Fabio. Provò l’istinto di colpirla ma ovviamente non lo fece. Pensò allora di accostare al lato di quella stradina buia di campagna, umida e appiccicosa come la notte, e urlare, dare pugni al tetto della macchina, e poi scappare via, lasciando Chiara lì a sbrigarsela da sola. Ma non fece neanche questo.
- Io voglio solo il tuo appoggio, – continuò lei - voglio fare le cose assieme a te! Ma non lo capisci questo? Stare insieme significa fare le cose insieme, discutere e poi trovare un accordo! Ma non ci arrivi?
  Ma non ci arrivo? pensò Fabio Cazzo, io non arrivo a cosa? Io cerco solo di mantenere una personalità, di non diventare uno zerbino…
- Se c’è qualcosa che non va dimmelo, ne parliamo e troviamo la soluzione! – aggiunse ancora Chiara.
  Come fai a parlare, come fai a trovare ancora la voglia di parlare, sempre della stessa cosa, quando sai che non vieni ascoltato, sai che qualsiasi cosa tu dica verrà ignorata…?
- Ma no! Tu non vuoi mai parlare! Tu sei come tutti gli altri! Non sei disposto mai a parlare delle cose, a cambiare idea… Vi fissate con le cose e basta, irremovibili! Ma per cosa poi? Ma perché non ve ne state da soli? Tornatevene dalla mamma, rompete le scatole a loro!
  Santo padre, aiutami, perché non so come finirà… aprirò lo sportello, mi schianterò contro un albero, mi inghiottirò la lingua, non lo so… so solo che non posso continuare così, non posso continuare a mettermi da parte, a subire… Santo Padre, aiutami, fa che se ne vada, fa che mi lasci, fa che trovi un altro, fa qualsiasi cosa ma fa che esca fuori dalla mia vita…
- E sai che ti dico, Fabio? Che non mi interessa più, davvero, d’ora in poi, farò solo quello che voglio. Tu non sei d’accordo? Bene, non mi interessa… così non possiamo andare avanti, io non mi posso annullare per te. Visto che si presuppone che io e te staremo insieme ancora per molto, tanto vale mettere le cose in chiaro subito. Basta, saremo più egoisti, più individualisti.
  Tu non sei in grado di prendere una decisione da sola, Chiara… cosa vuol dire per te essere egoista, essere individualista? Riusciresti ad esserlo? Santo Padre, ti prego aiutami, aiutaci entrambi…
  A quella supplica non seguirono parole. Fu solo questione di rumore e luce, nient’altro: il clacson inutile dell’altra macchina, poi le otto gomme a scorticarsi sull’asfalto. I quattro fari che dopo essersi abbracciati si spingono di lato, come in un tango argentino, due verso destra e due verso sinistra. Poi metallo, vetro, cigolii, urla, forse, ma soffocate, inudibili.
  All’improvviso, quella notte afosa e piena delle solite cose, era solo una notte bianca con le ruote dell’altra macchina ribaltata che giravano a vuoto.
- Chiara? – sussurrò Fabio, con il sangue che gli solcava il viso e le fratture ai polsi che gli impedivano i movimenti – Chiara?
  Chiara non rispose niente, con la testa rossa che le oscillava sopra il seno inutile. Chiara non rispose niente, e Fabio si sentì sollevato.